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Kylie Minogue ha dapprima detto una cosa che dice da tre o quattro anni, poi ha aggiunto una novità. La cantante australiana, che ha intanto smentito le voci secondo le quali sarebbe stata lasciata dal modello Andrés Velencoso, ha affermato: “In questo periodo avrei una grandissima voglia di diventare mamma”. Poi l’artista, che in questi giorni sta promuovendo il nuovo album “Aphrodite”, si è sentita di aggiungere una considerazione piuttosto amara e inedita. Riferendosi al tumore che l’aveva colpita nel 2005, e per il quale sta ancora assumendo vari medicinali per allontanare il pericolo che lo stesso possa ripresentarsi, Kylie ha detto: “Ma, anche se il mio desiderio di maternità è forte, devo essere onesta con me stessa e accettare il fatto che, con tutto ciò che ho passato, non so se sarò fisicamente in grado di avere un figlio. Mi piacerebbe moltissimo, ma a questo punto non so se riuscirò mai ad avere un bambino”. Al momento alla Minogue non resta che godersi i figli degli altri. Kylie ha infatti aggiunto: “Tra un po’ mia sorella Dannii sarà mamma e non vedo l’ora. Ho già un nipotino che è diventato il mio pensiero fisso. Passare del tempo con lui è una cosa fantastica: mi rotolo sul pavimento e gioco con lui per ore, gli cambio il pannolino ed è una cosa che mi piace pure”.
23 Giugno 2010 |
Empire State of mind” ha sostituito “New York New York” di Frank Sinatra in una storica corsa di cavalli. Nell’edizione di quest’anno del Belmont Stakes, importante evento sportivo che si tiene a Elmont, New York dal 1867, per la prima volta non è stato usato come inno della manifestazione la storica interpretazione di Sinatra della canzone di Liza Mannelli. Gli organizzatori della gara equestre, per la nuova edizione hanno preferito “Empire state of mind” di Jay-Z e Alicia Keys: “Jay-Z non scherzava nella canzone quando diceva ‘sono il nuovo Frank Sinatra’. ‘Empire state of mind’ è la quintessenza di New York nel 21° secolo, è il nuovo inno della grande mela”, ha dichiarato il comitato organizzativo del Belmont Stakes
10 Giugno 2010 |
Skye è tornata a casa, i Morcheeba sono di nuovo quelli di una volta (lo aveva anticipato la stessa cantante di East London in una recente intervista:“Come suona il nuovo album? Come un disco dei Morcheeba!”). Un bene o un male? Dai tempi di “Big calm”, l’album della consacrazione, sono passati dodici anni e il fatto che “Blood like lemonade”, esplicitamente concepito come suo “seguito naturale”, non suoni neppure datato la dice lunga sulla situazione di stallo in cui si è avvitata molta musica pop contemporanea. Dopo sette lunghi anni di separazione i fratelli Godfrey e la Edwards si sono incontrati per caso, hanno grattato via le vecchie ruggini e si sono rimessi alla prova. Banda larga, posta elettronica e GarageBand gli hanno consentito di lavorare a distanza, di rimbalzo tra Hollywood (dove Ross ha avviato una carriera parallela di compositore di colonne sonore) e la casa del Surrey in cui risiede Skye. Non si saranno guardati in faccia, durante le sedute di registrazione, ma questo non gli ha impedito di ritrovarsi a occhi chiusi. I corpulenti e occhialuti fratelloni che tanto avevano penato (senza riuscirci) per trovare una degna sostituta alla loro intrigante frontwoman, approfittano della sua presenza per tornare alle origini e al loro sound classico: downtempo e chill out, la versione pop, soft ed edulcorata del trip hop duro e intransigente di Portishead e Massive Attack. Idee chiare sin dall’inizio: niente rhythm & blues easy e scoppiettante alla “Rome wasn’t built in a day”, questa stavolta. Niente atmosfere sudamericane alla “Charango”, niente acid folk stile “The antidote” (criticato da tutti, ma in fondo non così male). I Morcheeba tornano ai loro ritmi naturali, al loro battito lento e profondo, a quella musica after party, rilassante e avvolta nei fumi di cannabis che nei tardi ’90 li aveva resi un gruppo tremendamente cool e alla moda. Rimane la loro croce e delizia, questo restar dantescamente sospesi tra commerciabilità da “Top of the pops” e proposta artistica raffinata (non a caso uno dei loro primi mentori fu David Byrne, che li volle accanto a sé per l’album “Feelings), tra ricerca sonora e vellutata tappezzeria musicale. Il nuovo album – ipnotico, morbido, fluttuante e languido come da manuale – non scioglie il nodo gordiano, però è un cocktail fresco e gradevole che si beve tutto d’un sorso. Spicca una sonorità acustica più marcata, nel primo singolo “Even though” (una “Space oddity” del Duemila, con un astronauta abbandonato nello spazio che guarda la nostra povera Terra da lontano) e nel nudo chitarra & voce di “I am the spring”, dove Skye (un timbro “capace di fondere il burro”, come ha annotato un recensore) ha modo di sfoggiare con discrezione tutte le sue suadenti qualità, lontana anni luce dai fastidiosi gorgheggi a gola spiegata di tante scolarette di X Factor e American Idol. I bordoni, il sitar e l’armonica dello strumentale “Mandala” aggiungono – senza alterare la ricetta – giusto un pizzico di spezie indiane, mentre le velleità “club” dei Morcheeba affiorano nella superflua “Cut to the bass”, un altro strumentale dove sono i beats e gli scratches di Paul Godfrey a dominare la scena. Più che le musiche, dosate con il consueto misuratissimo equilibrio, sorprendono i testi, che affrontano a viso aperto i momenti di crisi vissuti all’interno della band (“Easier said than done”) o aggiungono inattese sfumature noir e thrilling al solare, pigro e soffice “trip-pop” della casa. Ed ecco il vampiro di “Blood like lemonade”, l’amante che progetta un duplice omicidio (“Crimson”), il killer a sangue freddo nello specchio e il morto ammazzato in sala da pranzo di “Recipe for disaster”: ma è tutto sangue finto, ovvio, trucco di scena in sintonia con il mood cinematografico delle musiche. A fine corsa, con “Beat of the drum”, arrivano anche i Vichinghi, ed è probabilmente il momento migliore di questi 45 minuti di Morcheeba “classici”: un brano percussivo, marziale, psichedelico, con un bell’assolo di chitarra elettrica a sconfinare per una volta dalle precise geometrie disegnate dalla penna dei Godfrey Brothers. Perché “Blood like lemonade”, ancora una volta, è l’epitome dell’eleganza, della misura, del tutto sotto controllo. In retrospettiva lo si potrà magari leggere come un disco di transizione, utile e necessario a segnare il vecchio territorio, ma intanto l’interrogativo resta: i Morcheeba sono in grado di uscire dalla loro “zona di conforto”, di oltrepassare la linea tracciata tanti anni fa, di osare finalmente qualcosa di più?
(Alfredo Marziano)
TRACKLIST:
“Crimson”
“Even though”
“Blood like lemonade”
“Mandala”
“I am the spring”
“Recipe for disaster”
“Easier said than done”
“Cut to the bass”
“Self made man”
“Beat of the drum”
9 Giugno 2010 |
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